Avevo un mio modo di figurarmi gli Idles: li ho sempre visti come un animale feroce, un fascio di nervi e muscoli impossibile da imbrigliare, pronto a travolgere qualsiasi cosa si parasse sulla propria strada.
Con gli ultimi due dischi, ciò di cui mi sono reso conto è che questa bestia nonostante l’altissima velocità raggiunta nei primi tre dischi, probabilmente dentro di se fosse guidata da una sorta di lucido istinto primordiale, come sentisse una voce che gli suggeriva di spingersi oltre i luoghi visitati fino ad oggi.
La svolta deve essere stata non tanto nel chiedersi dove dirigersi, ma come fare ad arrivarci.
Forse è questa la domanda che gli Idles si sono fatti nel tempo passato dal precedente Crawler fino all’inizio delle sessioni di Tangk e che li ha portati alla collaborazione con Nigel Godrich.
E’ lui l’uomo in più nella stanza dei bottoni di questo album, oltre a Kenny Beats, confermato dal lavoro precedente e all’innesto del chitarrista Mark Bowen nel team produttivo.
L’apertura è affidata a “Idea 01”, alle sue note di pianoforte che cadono a pioggia sul cantato fragile e malinconico di Talbot. Atmosfere similari all’opener di “Crawler“, “MTT 420 RR“, eppure le differenze ad un ascolto più attento ci sono. Non solamente nelle sonorità, dove la mano di Godrich già si sente (ci sono echi di Bloom e di Sit Down. Stand Up di VOISAPETECHI), soprattutto nell’atmosfera che pervade i 2 brani. Entrambi minimali e intensi, ma laddove nel primo sembrava dipanarsi un’atmosfera di desolazione, nel secondo filtrano luce e calore dal buio.
La successiva “Gift Horse” è uno dei punti di contatto con la loro precedente produzione, che assieme a “Dancer“, “Hall & Oates” e “Gratitude” hanno il compito di creare un ponte per traghettare i fan della prima ora verso il suono del nuovo corso. Spoiler: per i più hardcore dei fan non sarà sufficiente sebbene siano 4 brani di grande impatto, sorretti da elettricità, bassi potenti, venature glam rock (Hall & Oates) e un chorus come quello di Dancer che gode del feat. con James Murphy e che profuma di instant classic anthem dalla prima all’ultima nota.
“Pop Pop Pop” è uno dei brani simbolo della nuova veste della band, un brano cupo e circolare con un beat preciso e schematico, bassi che ti pulsano dentro e tappeti di synth algidi e confinati sui cui si libera il crooning nervoso di Talbot. Per intenzioni potrebbe essere la loro “Idioteque”, quel pezzo in cui una band “con le chitarre” porta i loro fan di “musica con le chitarre” ad interessarsi ad altri generi di musica “senza chitarre” come l’hip hop e l’elettronica, dei cui feeling questo pezzo è pieno.
Tangk è un disco caldo e avvolgente, tra i suoi picchi impossibile non parlare della doppietta clamorosa composta da “Roy” sul cui ritornello Talbot sfiora il soul, sorretto da una batteria marziale e synth tremolanti e “A Gospel“, delicatissima ballad piano, archi e voce, grondante di sonorità sixties. “Grace” ha una delle migliori linee melodiche dell’album, “Jungle” unisce una strofa con un drumming potente e tribale ad un ritornello aperto e solenne.
Tutta la band da sfoggio di grande versatilità nell’abbracciare diverse atmosfere e suoni dando alla luce un disco incollocabile e dalle mille sfaccettature.
Ultima gemma, posta sapientemente in chiusura, “Monolith” che sembra uscita dalle atmosfere piovose di Blade Runner. La glacialità dei synth contro il calore della voce sembrano annullarsi e lasciare spazio al silenzio, quand’ecco entrare il suono di un sassofono, poche note, pochissimi secondi di cruda bellezza a chiudere un disco strepitoso.
Sì, Tangk è un disco strepitoso imho, impossibile da definire e collocare in un genere perché scritto in totale libertà, con voglia di sperimentare e convinzione dei propri mezzi.
Ma prima di tutto ciò è un disco di grandi canzoni.
Evolversi rimanendo fedeli e coerenti con se stessi, frantumando ogni gabbia compositiva ancora prima di esserci rinchiusi.
Lunga vita!
IDLES, “TANGK“, Partisan Records, 16.02.2024, 40 minuti, 11 brani.




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