Probabilmente l’uscita di Romance, quarto album dei Fontaines D.C., segna l’ultima linea di confine temporale dell’ondata Post-Punk Revival che ci accompagna ormai da un lustro. Secondi soltanto agli Idles di “Brutalism” (2017) i 5 di Dublino erano stati, con “Dogrel“ (2019), la miccia dell’ennesima fiammata della musica rock, anche se solo in ambito alternative tenendo conto delle dinamiche che regolano oggi il mercato discografico.
Vista la scelta drastica di questa quarta fatica, se tutto ha un senso, la loro decisione di allargare ambito e platea sarà altrettanto condizionante per il movimento e molti di coloro che gli sono andati a rimorchio, magari in modi diversi e si spera con risultati migliori.
Una buona fetta di pubblico, soprattutto quella più adulta che li segue sin dall’esordio, aveva piazzato i Fontains sul trono dell’alternative rock di questi anni ’20. Scelta legittima per vari aspetti, forse però nel complesso troppo frettolosa e dettata più dalla voglia di rivincita dopo anni di carenza di distorsori, speranzosi di riveder sventolare non più a mezz’asta il vessillo a forma di chitarra ricucito a dovere per l’epoca dei social network e delle piattaforme streaming. Be’, credo che molta di questa gente, dal 23 agosto scorso, sia al cospetto del Re completamente nudo.
Niente da obiettare sulla volontà da parte dei Fontaines di provare il grande salto, rendere più “popolare” la propria musica e scalare sia le classifiche mainstream che gli scaglioni IRPEF. Magari facendolo pure in maniera drastica, in un’epoca in cui chi nasce alternative quasi sempre muore alternative e con aspettative di carriera molto basse. Ma dopo ripetuti ascolti penso che “Romance” sia il classico disco da passo più lungo della gamba.
Non è questione di troppo Pop, troppa produzione e troppi colori in copertina, ma al contrario, scarsità di idee e di scrittura in un ambito che per il momento sembra essere ancora più grande di loro.
“È l’evoluzione bellezza” – stanno commentando in tanti, soprattutto tra i sudditi di mestiere – “non potevano scrivere sempre Dogrel”.
“E quando mai lo hanno fatto?” rispondo io. A Hero’s Death non era Dogrel, e Skinty Fia non era A Hero’s Death. L’evoluzione c’è stata sin dall’inizio, ma ben misurata e mai fuori contesto. Per due volte hanno pennellato curve con ottimi risultati, ricevendo complimenti e sempre più sguardi compiaciuti. Questo disco però è proprio un tornante di montagna in discesa affrontato senza mani e, ho il sospetto, con troppa supponenza.
Romance ha dentro tutto e nulla contemporaneamente. Scivola via insipido soprattutto sul suo lato B. Versa sul piatto influenze inaspettate e probabilmente inopportune vista l’incapacità di padroneggiarle a dovere. Anche i singoli, che sono il fulcro delle loro intenzioni, hanno il merito di centrare solo il civico di Virgin Radio: Starbuster è un crossover senza ne carne ne pesce, influenzata del peggior Nu-Metal; Here’s The Thing è veramente troppo banale e cucita su misura dei reel di Instagram; Favorite (la più radiofonica tra le radiofoniche) viene presa a sberle da una Jackie Down The Line qualsiasi per tutta la sua durata.
Ci sono anche note positive certo, e tra i pezzi migliori dell’album cito senza dubbio dubbio la title track in apertura, che richiama le sonorità cupe di A Hero’s Death, poi In The Modern World e Horseness In The Whatness. Ottimi pezzi anche se un po’ lontani dai picchi dei dischi precedenti. Ma è veramente troppo poco.
Il resto, infatti, è tutto troppo scontato, con brani che non arrivano mai da nessuna parte smascherando un livello compositivo ampiamente sotto i loro standard.
Ulteriore nota dolente in questo nuovo contesto è Grian Chatten, che nei lavori precedenti ci aveva abituati ad una sua personalissima versione dello Spoken Word. Non c’è più traccia di quei versi che non disegnavano quasi mai linee melodiche, ma si incastravano perfettamente nel ritmo incalzante e nervoso del loro post-punk, spesso facendo esso stesso da traino ed enfatizzandone le dinamiche. Le strofe di Too Real, il crescendo di A Hero’s Death e quell’apoteosi che è la parte centrale di I Love You sono state totalmente sostituite da un falsetto inopportuno e forzato, tipico di chi non si fida della propria voce e in generale da un cantato sospirato obbligato dalle atmosfere a tratti eccessivamente artificiose.
Ne viene fuori un disco che stiracchia la sufficienza, che scopre troppe lacune e porta i Fontaines D.C. per la prima volta fuori dalla strada che, passo dopo passo, sembrava avessero tracciato.
Si poteva tentare il salto nel mainstream cambiandosi d’abito certo, ma provando a conservare almeno il documento di riconoscimento.
Il Re è nudo e speriamo si rivesta il prima possibile, magari non più in acetato fosforescente.




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