I Fontaines D.C. sono tornati con un nuovo album che sta facendo gongolare tutti i critici e siti del settore, ma proprio tutti. Voti altissimi: 100/100, 10/10, 5 stelle su 5 stelle.
Incredibile, a sentir loro, “Romance” sta cambiando la storia della musica.
Noi invece siamo dei “cazzoni avariati” (cit. dello zio) e per questo voglio esporre velocemente il mio punto di vista, in poche parole, senza allungare troppo il brodo. Se volete qualcosa di più dettagliato andate a leggere quello che hanno scritto antoniocaroli e the unkle.
Premessa
Amo i Fontaines. Ho tutti i loro dischi. “A Hero’s Death” doppio e autografato. Ho pre-ordinato “Romance” mesi fa sulla fiducia.
Fine Premessa
Detto questo, cerchiamo di essere oggettivi per un momento.
Immaginiamoci davanti ad uno scaffale dove troviamo:
- Dogrel
- A Hero’s Death
- Skinty Fia
- Chaos for the Fly di Grian Chatten
- Romance
Ora, se vi venisse voglia di ascoltare i Fontaines D.C., cosa prendereste? Probabilmente “Romance” se avete scoperto i Fontaines solo recentemente, magari con il singolo “Starburster”, oppure con l’album precedente.
Ma per quelli che hanno conosciuto il post-punk di “Boys in the Better Land”, è probabile che l’ultimo loro lavoro rimarrà a prendere polvere di fianco agli altri.
In sostanza, “Romance” potrebbe piacere ai nuovi fan, ma per chi segue la band da tempo, rappresenta un allontanamento dal loro sound originale, risultando meno coinvolgente e memorabile rispetto ai loro lavori precedenti.
I nostri dublinesi hanno deciso di cambiare il loro passaporto post-punk irlandese con un biglietto solo andata verso qualcosa ancora da definire (o forse invece è proprio la definizione finale?). Non stiamo parlando di un reale, onesto ma soprattutto coerente processo evolutivo, ma di un cambio radicale di sonorità e anche del modo di presentarsi agli occhi del loro pubblico.
Il risultato? Un album che suona come se fosse stato assemblato da un comitato di algoritmi Spotify confusi.
Le prime quattro tracce? Non male.
Il resto? Un viaggio sonoro attraverso il purgatorio musicale, dove “Starburster” rappresenta un faro in una nebbia di mediocrità, facendo sembrare il resto dell’album come una lunga introduzione a una canzone che tu aspetti come un Godot qualsiasi (eh sì, Samuel Beckett era anche lui irlandese).
I fan e amici più accaniti dicono che mi sbaglio: “No, credimi, migliora dopo il sedicesimo ascolto, dopo una corsa in bici da 120 km e in preda a un colpo di calore!”
Uno di loro mi ha anche detto che “Bug” è una delle canzoni più belle uscite durante questo 2024. Vero esattamente come vero è che a me piace la Guinness calda o ancora meglio osservare l’asciugarsi della vernice trasparente sulla mia panca di legno.
Il mio voto finale:
- 100 su 100 sbadigli irlandesi
- 10 su 10 trifogli appassiti
- 3 stelle e un leprecauno annoiato su 5 per lo sforzo complessivo
- 5 stelle su 5 per la capacità di far sembrare i Coldplay una band irlandese ed energica
P.S. Se pensate che questa recensione sia stata dura, restate sintonizzati sulla XXV Ora per le nostre prossime recensioni su Sabrina Carpenter. Spoiler: saremo brevi e dolci, proprio come la sua musica, ma almeno da lei sappiamo cosa aspettarci.



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