Capita a volte di dover salutare anzitempo qualcuno. Assecondare a malincuore la scelta di un compagno di viaggio che abbandona la comitiva e continua per un’altra strada.
Capita a volte, in ambito musicale, che una band decida inaspettatamente di fermarsi e mettere un punto alla propria carriera con motivazioni personali che vanno al di là della musica stessa, dei dischi, dei tour e perché no, dell’affetto del pubblico che si era unito a quel percorso artistico, figlio della pura urgenza creativa che a volte scoppia in ognuno di noi e che ognuno di noi materializza come meglio può.
Il 2025 segna l’ultima tappa del progetto Porridge Radio, quella dei saluti.
Dopo la pubblicazione di “The Machine Starts To Sing”, EP appendice dell’ultimo album “Clouds In The Sky They Will Always Be There For Me” uscito a Febbraio, la band è impegnata nel tour d’addio. L’ultimo atto di una carriera iniziata nel 2016 che ci lascia 5 dischi dei quali fare tesoro.
L’appuntamento al Ferrara Sotto Le Stelle Festival è l’occasione giusta per consolidare i giudizi che abbiamo avuto nel 2022 durante il tour dell’ottimo “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky”, che consacrò la band come una delle migliori nel panorama alternative.
La giornata è calda, colpa di un Giugno che invece di limitarsi a produrre primavera, prova inaspettatamente ad imitare le vampate di calore dell’Agosto esperto in materia. Probabilmente è anche per questo che il pubblico arriva alla spicciolata e riempie la venue proprio a ridosso dell’inizio del concerto. Il tempo di assistere all’esibizione d’apertura della bravissima Lamante e i Porridge Radio salgono sul palco.
C’è la stessa atmosfera di una festa tra amici che sanno sarà l’ultima. Già dalla opener “Sick Of The Blues” l’affetto reciproco tra band e pubblico si libera e si amplifica nel cortile interno del Castello Estense di Ferrara proteggendosi tra le sue alte mura come a non voler disperdere nulla.
I Porridge Radio hanno acquisito consapevolezza negli anni e si vede. Consci dei propri mezzi godono anche, dopo la decisione sullo scioglimento, del non aver più niente da implorare al mercato discografico attuale che mastica, sputa e dimentica, e alla relativa e opprimente responsabilità di doversi ogni volta (ri)confermare.
Le tastiere di Giorgie Stott ampliano la tavolozza dei colori anche dal vivo. La calda sessione ritmica di Sam Yardley alla batteria e Maddie Ryall al basso protegge la voce di Dana Margolin senza mai incappare nell’errore di imbrigliarla, come le mura del cortile interno di un castello in cui il suo cantato tremolante, contemporaneamente scanzonato e sofferto, è libero comunque di farsi spazio in alto, verso la sua unica direzione possibile. E’ lei la creatrice e l’anima della band di Brighton: il battito funzionalmente fuori sincro che detta il ritmo emozionale di ogni verso. La confusione che diventa stile è il marchio di fabbrica che in ogni singolo pezzo trasforma la debolezza in forza e il problema nella sua soluzione.
D’altronde, se intitoli “Sweet” un brano che è un’alternanza instancabile di quiete e sfuriate (quasi) noise, in cui verso dopo verso, tra sussurri e urla rotte dalla rabbia, trasformi ogni giudizio ricevuto su di te nella privata consapevolezza di quello che invece sei, diventa subito chiaro che ascoltando la tua musica non riusciremo mai ad arpionare in un solo lancio tutte le sfaccettature che la compongono. L’ascolto di quelle canzoni diventerà un’altalena incontrollabile alla quale aggrapparsi senza possibilità di regolarne il moto.
Da “Hole In The Ground a Anybody“, da “Good For You a Pieces Of Heaven“, dalla struggente “Don’t Want To Dance” alla bellissima “You Will Come Home“, con il verso “I Will do anything to see again” cantato a ripetizione dal pubblico come fosse una richiesta manifestamente vana, la setlist offre l’intero catalogo di tutti i nuclei generatori di forza della loro produzione, comprese quelle “Back To The Radio” e “The Rip” grazie alle quali Dana e compari avevano attirato l’attenzione degli instancabili cercatori di perle in quell’oceano sconfinato che è la musica alternative.
Con i Porridge radio non abbiamo assistito a nulla di rivoluzionario ma, meglio ancora, a quell’utilità privata e personale che le belle canzoni hanno su ognuno di noi. Un’abilità di scrittura che rende universale uno stato d’animo e crea connessioni, condivisione e soprattutto ricordi che resteranno anche quando, prima o poi, “le macchine inizieranno a cantare”.



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