Ho deciso che avrei dovuto dividere l’elettronica dal resto, ho sentito questa necessità per riuscire meglio a mettere a fuoco il mio 2025. Questa la prima parte, dove troverai solo musica con registro elettronico ovvero ambient, dub techno, minimal techno, downtempo, IDM o varianti. La seconda parte sarà Non Elettronica. Nella seconda parte tutto il resto, dal Jazz al post-qualcosa all’indie-qualcosa, non è l’esibizione delle mie performance di ascolto ma solo una necessità. Ascolto musica per piacere, per riequilibrare la psiche dopo lo stress da lavoro e da sfighe varie…
Di seguito in ordine alfabetico i dieci lavori che ho maggiormente apprezzato quest’anno.
Barker “Stochastic Drift“
In Stochastic Drift, Barker manda in soffitta il perfezionismo per abbracciare il caos. Nato tra le mura di casa durante il lockdown, il disco trasforma l’incertezza in un’estetica fluida, come in “Reframing“, che parte come una “Xpander” di Sasha sotto acido per poi perdersi in territori alieni. Barker gioca con strumenti meccanici e robot non per sostituire l’uomo, ma per scovare suoni oltre il limite personale. Il risultato? Una techno astratta che usa le macchine come semplici attrezzi per curare le ansie del presente. Questo LP è una specie di drink melodico che fluttua tra algoritmi e puro cuore umano.
The Bug vs Ghost Dubs “Implosion“
Un magma pulsante o una palude buia e nebbiosa, scegli pure una delle due immagini e troverai il sound di questo duo che ridisegna il vestito della dub techno con tinte scure. Un animale lento ma preciso, poderoso e convinto dei propri mezzi. Un Tarcus moderno che esce dalla palude osservandola e girandola come in continuo controllo del proprio territorio. Questo sarebbe una parte del movie da cinema horror-sci-fi che questo disco anima nella mia fantasia. Le linee di basso che sorgono da questo magma sono vibranti e profondissime come le viscere da cui provengono. Ombroso e pesante si muove nelle mie cuffie lasciandomi da un lato narcotizzato e dall’altro in sacrale attesa del luogo in cui questa lentezza mi sta trasportando…
Blawan “SickElixir“
Jamie Roberts, meglio conosciuto come Blawan, ha deciso di scuotere violentemente il mood elettronico di questo 2025. Con “SickElixir” ti devi dimenticare i martelli pneumatici techno 4/4 che lo hanno reso un semidio del Berghain; qui Jamie scava nel fango dei suoi ricordi, tra i traumi familiari e le cicatrici di una vita passata tra magazzini industriali di Barnsley e la vita nomade tra Berlino, Parigi e Lisbona. È un disco sporco, carnale, che puzza di grasso per motori e sudore freddo. C’è un’anima post-rock sotterranea, fatta di texture stratificate che ricordano i momenti più allucinati dei Radiohead era Amnesiac (sapevi che Thom Yorke lo adora dai tempi dei remix di TKOL?).
L’IDM di Clark porta con se un segno distintivo e riconoscibile ma non è mai un cliché che viene riproposto di continuo piuttosto una firma. In “Steep Stims“, Clark si conferma un artigiano ossessionato dal limite, un visionario che snobba i plug-in moderni per rintanarsi nel calore analogico di uno studio casalingo. Tra scrosci metallici e pulsazioni rave, il disco è un organismo mutante: passa dalla frenesia sintetica alla stasi meditativa di “5 Millionth Cave Painting“, chiudendo con il respiro rallentato di “Microlift“. La sua non è nostalgia, ma una ricerca viscerale della profondità emotiva dentro la macchina, orchestrata da un maestro capace di incantare persino Yorke e Greenwood.
Da duo a trio, da prettamente elettronici a un rinnovamento nel sound che ha spiazzato molti ma che personalmente ho amato subito. All’inizio, potresti rimanere un po’ spaesato (capita!), ma fidati, i successivi ascolti rivelano un disco tosto. Ci sono distorsioni e pitch della voce sparati a mille che danno un carattere nuovo e meno ripetitivo del passato. Nonostante il sound sia più accessibile, rimane comunque “corroso” e distorto. Un album che, insomma, ti dà una pacca sulla spalla per ricordarti quanto fa schifo il mondo, ma lo fa con un gran groove.
December “I Stumble, I Walk“
Tomas Lefebvre (More) è il nome reale di December ed è perfetto per rappresentare quell’elettronica scura e a densità variabile che da anni mi garantisce viaggi e momenti di riflessione. Una inattesa uscita in rapida successione dall’EP “Transform” parte 1 e 2, perché More è tornato riflessivo e introspettivo, un “nuovo inverno”, bassi cupi e sfumature grigie. Terzo album che inserisco in questa TOP 10 per la capacità del producer di essere tanto sull’onda della musica elettronica quanto essere abile a dosare e omaggiare al passato. Tanto oscuro con beat minimal in “Vectors” quanto downtempo e melodico in “Raw Deal“.
Wata Igarashi “My Supernova“
L’olandese di origini giapponesi ha pubblicato un LP per Dekmantel dopo due anni da quel bombone di “Agharta” per Kompakt Records. Un fulmine techno che ti centra il petto, bpm sostenuti che ti ingoiano e arpeggi psichedelici che ti frullano il cranio. Niente mellow come in “Agartha”, zeppo di jazz e ambient; qui è techno puro, da “Shockwave” con synth ronzanti a “Meltzone” acido ossessivo, “Unleashed” delirante e “Supernova” vortice di loop ipnotici. Coeso da cima a fondo, fisico ma raffinato, ti prende in un trip gioioso senza bisogno del pusher.
Kangding Ray “Sirāt” (OST)
David Letellier traccia una colonna sonora techno per un film girato in nord Africa tra le pieghe del deserto. Il risultato è un LP ambient-industrial-techno-minimal pazzesco, credo sia la mia prima volta che metto una colonna sonora tra il meglio dell’anno! Uno straordinario volo industrial minimal che batte alla grande la tanto blasonata OST dei NIN di “Tron Ares“. A volte martella con una splendida scelta di sound di cassa altre volte ti fa volare tra i crepitii elettrici come trascinato da campi magnetici. Don’t Miss!
Oneohtrix Point Never “Tranquilizer“
“Welcome, my son welcome to the machine” ti verrebbe di cantare all’inizio di “For Residue” ma è solo il “boomer diem”. La “macchina” di Daniel Lopatin realizza un album di “memorie musicali” rimesse insieme come frammenti di un vetro rotto. Ambientazioni glitchate dove synth sporchi e field recordings si intrecciano in vortici ipnotici, in un percorso di memorabilie musicali, quasi come se Disco D’Oro ti avesse aperto ad un magazzino di dischi dimenticati. Il tempo dissolto in una epifania. Scarno e improvvisato in studio con tracce come “Tranquilizer Pt. II” che galleggiano su rumori bianchi e melodie evanescenti quasi un ricordo da sonnambulo.
Sandwell District “End Beginning“
Ho sempre subito il fascino della minimal techno, le movenze morbide con un beat deciso hanno da sempre stimolato la mia corteccia (scarsa) celebrale. Questo collettivo è tornato dopo 15 anni dal loro seminale album e dalla più recente scomparsa di Mendez (aka Silent Servant), tanto che in molti pensavano non avrebbero più dato luce ad un disco o quanto meno sembrava improbo. Tornano quindi con grande groove, aggiungendo nuova linfa alla produzione di Regis e Function. Assimilano alla “mente collettiva” nuovi borg come Mønic, Rivet, Sarah Wreath e Rrose. Risultato per alcuni deludente ma ovviamente non per me!



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