Dove il tempo si dissolve e il suono diventa rito.
- Band: Flying Moon in Space
- Titolo: immer für immer
- Etichetta: Fuzz Club
- Durata: LP, 9 tracce, 54 minuti circa
- Paese: Leipzig, Germany
- Genere: Psychedelic Rock, Art Rock, Krautrock
- Data Uscita: 27 Feb. 2026
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- Atom Parks (vocals), Valentin Bringmann (guitar), Henrik Rohde (guitar), Sebastian Derksen (guitar/synth), Sascha Neubert (bass) e Timo Lexau (drums)
Suonare, anzi Evocare! I Flying Moon in Space appartengono a questa categoria rara, quella in cui la musica non è solo un linguaggio ma un portale, un varco che si apre tra sospensione, caos, improvvisazione e un’emotività che pulsa sotto la superficie come una corrente elettrica.
Il loro nuovo singolo, “Where Are You”, è un viaggio ipnotico, un brano che sembra nascere da un luogo immerso tra perdita, desiderio e un’eco che continua a vibrare anche quando tutto sembra essersi dissolto.
La band tedesca, da sempre legata a un approccio collettivo e rituale alla creazione, torna con un lavoro che conferma la loro capacità di trasformare il suono in esperienza, il ritmo in trance, la ripetizione in rivelazione.
Ne abbiamo parlato con Henrik, che ci ha guidati dentro il cuore pulsante del loro processo creativo.
“Where Are You” è un brano ipnotico e carico di emozione. Qual è stata la scintilla iniziale e cosa volevate esplorare attraverso la sua atmosfera?
Henrik: “Liricamente, è l’eco di un cuore spezzato e della perdita di una connessione; la fine del più grande amore e il dolore del non sapere. Questa canzone è una porta attraverso lo specchio.“
La vostra musica nasce spesso dall’improvvisazione collettiva. Com’è quel momento in cui una jam si cristallizza improvvisamente in qualcosa che riconoscete come “la canzone”?
Henrik: Musicalmente, siamo attratti da paesaggi sonori che ci trasportano in una dimensione quasi ultraterrena, fuggendo dal momento mentre diventiamo una macchina ritmica con molte parti. Se la musica è una religione, noi siamo i suoi ministri. Se è una medicina, noi siamo l’ago.
Il vostro suono si muove tra caos, struttura e trance. Cosa vi attira in quello spazio in cui la ripetizione diventa qualcosa di rituale o trasformativo?
Henrik: Suonare insieme è come entrare in uno spazio dove tutti i principi fisici sono stati annullati. Non c’è tempo, non c’è gravità, non ci sono barriere. A volte ti svegli e ti chiedi: “Dove ero appena adesso?” È questa la magia che ci affascina ogni volta. Tutto questo può accadere solo insieme. Creiamo queste situazioni insieme.
Se entrassi in un negozio di dischi senza sapere cosa comprare, con quale album usciresti?
Henrik: Probabilmente con un disco a caso di Klaus Schulze che non ho mai ascoltato prima. Il suo catalogo è immenso e non sai mai cosa ti capiterà. Lo consiglio vivamente.
Flying Moon in Space non cercano il controllo: cercano la soglia. La loro musica nasce da un impulso collettivo, da un ascolto reciproco che diventa struttura solo quando è necessario, e che per il resto rimane movimento, rischio, apertura. “Where Are You” è un frammento di questo processo: una canzone che porta con sé la vulnerabilità di un distacco, ma anche la lucidità che arriva quando si accetta di guardare dentro la frattura. È un brano che non pretende risposte, ma invita a restare nel punto esatto in cui qualcosa si spezza e continua comunque a vibrare. Ed è lì, in quella vibrazione sospesa, che Flying Moon in Space trovano la loro forma più autentica.
Q&A – English Version 🇺🇸 ———
Your new single Where Are You feels both hypnotic and emotionally charged. What sparked the initial idea behind the track, and what were you hoping to explore or communicate through its atmosphere?
Henrik: Lyrically, it’s the echoes of heartbreak and loss of connection; the end of the greatest love and the pain of not knowing. This song is a doorway through the mirror.
Your music often emerges from collective improvisation. What does the moment feel like when a jam suddenly crystallizes into something that you all recognize as “the song”?
Henrik: Musically, our band is attracted to soundscapes that transport us to an almost otherworldly dimension, escaping the moment as we become one rhythmic machine with many parts. If music is a religion, we are its ministers. If it is medicine, we are the needle.
Your sound moves between chaos, structure, and trance. What draws you to that space where repetition becomes something almost ritualistic or transformative?
Henrik: Playing together feels like entering a space where all physical principles have been lost. There is no time, no gravity, no barriers. Sometimes you wake up and ask yourself, “Where was I just now?” That’s the magic that fascinates us every time we play together. All this can only happen together. We create these situations together.
If you walked into a record store without knowing what you wanted to buy, which album would you walk out with?
Henrik: That would probably be a random record of Klaus Schulze I’ve never heard before. His catalogue is massive and you never know what you’ll get. I can highly recommend.



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