- Band: American Football
- Titolo: LP4
- Etichetta: Polyvinyl Records
- Durata: LP, 10 tracce, 49 minuti circa
- Paese: Urbana, USA
- Genere: Post-Rock, Indie Rock, Midwest Emo
- Tipologia: LP – Studio
- Uscita: 1 Maggio 2026
- — — —
- AOTY
Ventisette anni. Quattro album. Una media che farebbe invidia a qualunque eremita con la chitarra, e invece Mike Kinsella, nel resto del tempo usa l’alias Owen, progetto solista in cui ha versato tutto ciò che American Football non riusciva a contenere, sembra aver trasformato la rarità discografica in una forma d’arte parallela alla musica stessa. Quattro LP in quasi tre decenni sono abbastanza da costruire una mitologia e troppo pochi per annoiare chiunque.
“LP4” arriva sette anni dopo “LP3” con la disinvoltura di chi sa benissimo che lo stai aspettando, e apre con “Man Overboard“, un batterismo inedito ma nessun ritorno trionfale, solo la sensazione di una pesantezza silenziosa di un ambiente in cui introspezione e soffocamento coesistono da così tanto tempo da essere diventati coinquilini. Il vibraphone, i sintetizzatori, le trombe disseminate lungo il disco sembrano finestre che si aprono gradualmente su un’aria più respirabile, ma ci vuole pazienza per arrivarci. La buona notizia è che ne vale la pena.
Il fulcro narrativo ed emotivo del disco sembra “Bad Moons“, un centrifugato degno di Kinsella, dipendenze, infedeltà, autolesionismo, e un finale che ti lascia in piedi per miracolo. Poi smette di cantare, e il quartetto costruisce un crescendo post-rock che sfocia in un outro malinconico, con in sottofondo voci di bambini in un parco giochi, un dettaglio che in altre band avrebbe il sapore della mossa calcolata, e qui suona invece come una verità accidentale. La band che ha inventato il proprio dialetto chitarristico negli anni ’90, quando erano studenti universitari ignari di stare cambiando la storia dell’emo, non ha perso il filo.
Sento questo disco piuttosto vicino anche e soprattutto per tutta la poetica dell’invecchiare con le rughe in vista, ma con quella specificità precisa di chi i guai se li è procurati e poi ci ha vissuto sopra.
“I honestly never planned on getting old” urla Kinsella in “No Feeling“, riadattando una parola chiave del debutto del ’99 con la precisione di chi conosce la propria “mitologia” e sa quando usarla. Su “Patron Saint of Pale” succede una cosa strana e bellissima, c’è un “Fuck it!” esausto e fuori copione che vale dieci assoli. E poi “Wake Her Up“, la loro canzone pop più immediata di sempre, che tra le cose più orecchiabili del disco nasconde il verso “I’ve a morbid fascination / with trauma that I can’t mend” (Ho una morbosa fascinazione / per un trauma che non riesco a sanare) con la naturalezza di chi ormai non distingue più tra confessione e ritornello. La chiusura su “No Soul to Save” — “Now, for my next trick / you can watch me disappear” (Ora, per il mio prossimo trucco / potete guardarmi sparire) è il tipo di finale che ti fa controllare se il disco è davvero finito o se hai solo perso un pezzo e ti fa tremare un pizzico.
Prodotto con Sonny DiPerri, “LP4” è un disco per cuffie nel senso migliore: texturizzato dicono quelli bravi, meticoloso, progettato per rivelare strati con ogni ascolto. La cosa ironica è che una band il cui marchio è sempre stato la complessità chitarristica ci ha infilato il loro primo vero assolo di chitarra, e consiste sostanzialmente di due note. Due note. Kinsella e Holmes ci avranno riso su almeno una volta.
La mia posizione su “LP4” è semplice: è il secondo miglior disco degli American Football, almeno quanto “LP3“. Chi conosce “LP3” sa che non è una concessione di poco conto. Il debutto del ’99 resta inamovibile nel suo piedistallo, irripetibile della storia, fatto da ragazzi che pensavano di aver finito le canzoni al settanta per cento, ma “LP4” è la prova che la band di Urbana invecchia con più grazia e più coraggio di quasi chiunque altro compreso me.
La cupezza e la luminosità si combattono per tutto il disco, e non c’è un vincitore dichiarato, solo la sensazione, al termine dell’ascolto, di essere stati tenuti compagnia da qualcuno che ha sbagliato tutto nel modo più umano possibile e non ha smesso di raccontarlo. Owen è lì per i momenti in cui Kinsella parla sottovoce; American Football è lì per quando la voce si incrina e il resto del gruppo deve coprire il vuoto. Ventisette anni dopo, coprono ancora benissimo.



Lascia un commento