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TOP 10 – Mid 2026

TOP 10 – Mid 2026

27 luglio 2026
the unkle

Vorrei riuscire almeno una volta a produrre una classifica che esprima un po il mio modo di leggere la musica che ammetto, non sempre lucido, a volte stravolto dalle emozioni a volte freddo e analitico come fosse un lavoro. Ho capito, ormai, di avere più anime e modi di interpretare ciò che ascolto ma su una cosa non posso essere indifferente, è irrazionale lo so ma non sono un critico quindi posso permettermelo. Si tratta di quella sensazione da “pelle d’oca” che per ognuno è diverso, quindi come direbbe l’amico Fulvione il “goosebump alert“. È una sensazione talvolta ingannevole ma tutto sommato fornisce un buon indizio. Come dicevo è irrazionale e prettamente personale che si fonda sulla propria cultura musicale, per questo è tanto soggettiva.

Bando alle ciance, meno male che buona musica c’è sempre, perché tutto questo si scontra con un 2026 che meglio avrebbe definito Giovanni Lindo Ferretti in quella frase che potrei ripetere tutti gli anni e ogni anno sempre più con toni grevi “secolo osceno e pavido, grondante sangue e vacuo di promesse”.

PVA — «No More Like This»
Parto dai PVA, il mio +1 nella TOP 10, che benchè sia forse solo un ottimo disco, l’ho ascoltato così tanto che non posso non ammettere che sia anche stato uno dei miei LP preferiti di questo 2026. Dopo «Blush» i PVA sono passati dall’electroclash ad una elettronica spigolosa, synth carnosi, beat che puntano dritti all’after-party più che alla pista principale. Il disco si auto-campiona, reincorpora stem e demo vecchi di tre anni, e da quel riciclo tira fuori una coerenza nuova. «Boyface» mette il corpo e l’identità di genere al centro senza farne un manifesto. Non è rivoluzionario, è un nuovo debutto.


Parlor Walls — «Big Crystal Dreams»
Dopo più di un decennio, il duo di Brooklyn ha smesso di essere una no-wave band ed è diventato altro: Alyse Lamb e Chris Mulligan trasformano il vecchio noise in industrial-punk tagliente, correnti brucianti e batteria che pulsa dentro la distorsione. Aggressivo, sì, ma con eleganza, «Arrow» è il pezzo che apre la porta. La produzione porta la firma di Seth Manchester e il mastering di Sarah Register, lignaggio noise doc. Ha girato poco fuori dai blog, e questa resta l’unica ingiustizia del disco. Un ritorno in grande stile.

10


By Storm — «My Ghost Go Ghost»
Il nome è nuovo, la storia no: By Storm sono i due superstiti degli Injury Reserve, e questo è il primo disco sotto la nuova sigla dopo la perdita del terzo componente. Cambiare nome era un modo per chiudere un lutto senza dimenticarlo. Il suono resta quello frammentato di «By the Time I Get to Phoenix»: hip-hop sperimentale, Auto-Tune, campioni spezzati, il sax di Patrick Shiroishi e billy woods ospite. Meno macerie dei precedenti, una dichiarazione proiettata in avanti che tiene il tempo senza rifugiarsi nel dolore. Ripartire suona così, quando si ha davvero qualcosa da dire.

09


Taroug — «Chott»
Tarek Zarroug è tedesco-tunisino, percussionista, e «Chott» — dal grande lago salato tunisino — è il suo modo di tornare a casa attraversando l’elettronica. Downtempo e ambient si intrecciano a strumenti tradizionali, poliritmie e field recording di palme, con innesti industrial che tengono lontana la cartolina esotica. La title track ospita il padre che recita una poesia in arabo: il gesto più intimo del disco, e il più giusto. La costruzione vive di tensione, finti finali, stacchi drammatici. È bellezza desolata, e per una volta la definizione non è pigra. Un’autobiografia che suona, invece di raccontarsi per iscritto.

08


Seefeel — «Sol.Hz»
Quindici anni di silenzio e i Seefeel rientrano con un LP senza spiegazioni (anticiparono un EP lo scorso anno), che è il modo migliore. «Sol.Hz» — Sole più Hertz — è ambient dub notturno: bassi sotterranei, loop ariosi, la voce di Sarah Peacock processata fino a diventare strumento, le chitarre di Mark Clifford tra feedback ed effetti. Clifford ha usato deliberatamente pochi plug-in per evitare i timbri attesi, e si sente: il disco ha una materialità, si muove come qualcosa di geologico. Non insegue la nostalgia né la rinnega. È la cosa più convincente che abbiano fatto da parecchio, e a Warp sembrano di nuovo a casa.

07


American Football — «LP4»
Quarto disco, e gli American Football hanno l’età per permettersi la grandiosità. Mike Kinsella ci mette dentro il divorzio e i demoni di mezza età, ma li avvolge in arrangiamenti lussureggianti: synth in primo piano, clarinetto, chitarre che virano verso il prog e il post-rock. Il contrasto è tutto lì, testi di auto-disprezzo su una musica che si allarga come non mai. «No Feeling» chiama Brendan Yates dei Turnstile, la produzione è di Sonny DiPerri. Kerrang! l’ha definito il loro migliore, e forse il più buio. L’emo che invecchia senza fingere di avere ancora vent’anni: raro, e riuscito.

06


Menzies — «Holding My Cold Hand, Even Though Yours Is Warm»
Il debutto arriva da Wellington, e la voce è quella di Chris Brown, ex mago professionista. I Menzies raccontano la Nuova Zelanda quotidiana senza romanticizzarla: alt-country sgangherato e indie rock lo-fi, un mezzo spoken tra Dry Cleaning e il caos dei Tropical Fuck Storm, con l’energia dei Pavement che sbuca in «Crouching». Nessuna testata blasonata se n’è ancora accorta, ma MJ Lenderman l’ha elogiato pubblicamente, e ha ragione lui. Un disco di provincia nel senso migliore: sa da dove viene e non chiede scusa per restarci.

05


Irreversible Entanglements — «Future Present Past»
Il collettivo è nato nel 2015 da una serata contro la violenza della polizia, e da allora gli Irreversible Entanglements trasformano la rabbia in free jazz e poesia. Stavolta però c’è qualcosa di diverso: la voce di Moor Mother bilancia la furia con una gioia sfidante, la speranza dentro il processo della resistenza. Cambia anche la forma — brani brevi e diretti come «Don’t Lose Your Head», sotto i tre minuti, accanto alle lunghe suite improvvisate. Ottoni, contrabbasso, batteria: poesia liberatoria che respira. Il loro disco più luminoso.

04


Boards of Canada — «Inferno»
Tredici anni dopo «Tomorrow’s Harvest», i Boards of Canada tornano più cupi e, sorprendentemente, più vivi: chitarre, batteria suonata, synth registrati all’Hexagon Sun sulle colline scozzesi. «Inferno» è una reazione oscura a tempi sinistri, con riferimenti biblici e occulti che affiorano tra i nastri consumati di sempre. Il singolo d’apertura campiona la voce dello studioso Seyyed Hossein Nasr e la frequenza dell’idrogeno cara al SETI. Poi il fuori campo: «Deep Time» è finita, non autorizzata, in un video della Casa Bianca, e il duo l’ha condannato. Il Guardian ha storto il naso; quasi tutti gli altri no. Ne è valsa l’attesa!!!

03


Mandy, Indiana — «URGH»
Il debutto era texture e ambient; «URGH» è un colpo in faccia. I Mandy, Indiana da Manchester virano verso il noise-rock industriale, synth-punk ed EBM, una bestia cromatica che luccica mentre morde. Valentine Caufield canta in francese e tedesco, sprechgesang su marce marziali e disco mutante, finché «I’ll Ask Her» — rara traccia in inglese — affronta di petto la violenza sessuale. «Sicko!» si prende billy woods come unico ospite. Trentaquattro minuti che non concedono respiro e non ne hanno bisogno. Pitchfork l’ha premiato con un 8.5, e stavolta l’entusiasmo è meritato. Diretti, radicali, necessari.

02


Those Who Walk Away — «Afterlife Requiem»
In cima c’è il disco più difficile e il più giusto. Those Who Walk Away è il compositore Matthew Patton, e «Afterlife Requiem» è un unico flusso di quarantasei minuti costruito come un infinito rallentato: l’intera opera decelera fino a spegnersi. È un’elegia per Jóhann Jóhannsson, e non per modo di dire — Patton ha recuperato frammenti abbandonati dagli hard drive del compositore islandese, i resti letterali della sua musica. Archi degradati, field recording, quasi-silenzi registrati a Reykjavik. Non è un ascolto facile e non vuole esserlo. Un disco sulla cancellazione e sul decadimento che, paradossalmente, resta!

01


Ai prossimi 6 mesi!!!

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Disco d’Oro

Classifica personale di un 2026 convulso, distorto, folle, malato, come diceva Giovanni Ferretti "secolo osceno e pavido grondante sangue e vacuo di promesse". John Glacier nella copertina di questo 26 luglio... in #playlist tanti pezzi interesanti. Passa una buona settimana in compagnia della nostra PL! A metà anno, si analizzano diverse uscite musicali di artisti provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Asia del sud ovest. Tra le opere recensite ci sono l'album di Flea, i Dry Cleaning, i Ladylike, Kieran Hebden, e i Radwan Ghazi Moumneh & Frédéric D. Oberland. Ogni disco offre un'esperienza unica e innovativa. L'album "Role Model Hermit" dei Mary in the Junkyard, pubblicato il 3 luglio 2026, è una meditazione sonora che fonde indie rock e folk. Mentre la produzione è meticolosa e avvolgente, la voce solista risulta dissonante e infantile, compromettendo l'atmosfera generale. In un mondo dove la velocità è regina, noi rispondiamo con passo della tartaruga: 10 dischi, tra ambient che pizzica e rock che cammina, avanti e indietro, ma sempre con stile! Questa settimana è intensa: CLAMM è in tour con Rats, mentre Queens of the Stone Age e Echo & the Bunnymen rilanciano il loro seguito con uscite attese. La scena si fa sentire con il debutto di Man/Woman/Chainsaw, l'album Pure Devotion di Overmono e nuove proposte sperimentali come Eartheater e Tricky. Non dimenticare l'ironia d'Arab Strap e le uscite indie come Babehoven e Slow Fiction. I Muse tornano con "The Wow! Signal", un album che è come un invito alieno a chiudere la bocca. Dopo dieci dischi, sembra che il loro trucco sia diventato più prevedibile di un film di Natale: troppe idee e zero profondità. Settimana ricca, amici! 🎶 I Sons of Zöku, con la loro musica psichedelica e rituale, offrono un viaggio emozionante di rinascita e trasformazione. Brani come "HÕÕ", "Energia" e "The Moth" esplorano connessioni profonde tra spiritualità e fisicità, invitando gli ascoltatori a partecipare attivamente.

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