- Band: Taroug (Tarek Zarroug)
- Titolo: Chott
- Etichetta: Denovali Records
- Durata: LP, 10 tracce, 41 minuti circa
- Paese: Germania, Turchia
- Genere: Ambient, IDM, Downtempo
- Tipologia: LP – Studio
- Uscita: 27 Marzo 2026
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- AOTY
C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui Tarek Zarroug ha fatto il secondo disco sotto il nome Taroug. E’ tornato in Tunisia da turista involontario, un viaggio di famiglia, idea di sua madre, nessuno studio di registrazione, nessun musicista da incontrare e ne è uscito con il materiale per un album che suona come un archivio emotivo in fiamme. “Chott” è uscito il 27 marzo 2026 su Denovali Records ed è, senza troppi giri di parole, uno dei lavori più onesti e riusciti dell’anno nell’ambient elettronico.
Zarroug è cresciuto in Germania dopo una prima infanzia nel sud della Tunisia, a Degueche, a pochi chilometri dal Chott El Djerid — un lago di sale di oltre 160 miglia che d’estate diventa deserto e d’inverno si trasforma in uno specchio d’acqua dalla crosta instabile, capace di inghiottire chi ci cammina sopra convinto di stare su terreno solido. Non è una metafora, è geografia. Ma è anche, inevitabilmente, la struttura emotiva del disco. Dieci brani che sembrano stabili, caldi, accessibili, e che nel frattempo cedono lentamente sotto i piedi.
Il disco è stato scritto e prodotto in sei mesi, e si sente. Non è una raccolta di idee assemblate, è un oggetto unico con una temperatura interna costante. Zarroug — batterista jazz di formazione, con un cv che include remix per Archive e un debutto del 2024 ispirato alle tassellature di Penrose, qui fa qualcosa di diverso dal primo album. Lascia fuori i collaboratori (tranne un’eccezione), porta tutto dentro, e il disco ne guadagna in coerenza e in peso specifico. Dove “Darts & Kites” era un lavoro costruito insieme agli amici del giro jazz-elettronico di Düsseldorf, “Chott” è un diario scritto in solitaria.
Quello che colpisce di più non è la pulizia della produzione, ma il modo in cui i materiali convivono senza fingere di essere la stessa cosa. Su “Nakhla” le registrazioni sonore di palme che ondeggiano nel vento vengono trasformate in loop quasi meccanici, sovrapposti a synth malinconici e una cassa che taglia il mix.
Su “Saraab” (il miraggio) una voce trattata e pitch-shiftato si scioglie in un drone caldo come asfalto nell’agosto bolognese. Su “Sirocco” la struttura collassa e rinasce, passando da un tappeto elettronico spettrale a percussioni a mano e fiati nordafricani senza che il cambio suoni come un’operazione di world music. La differenza, e non è sottile, sta nel fatto che Zarroug non sovrappone tradizioni ma sembra che le attraversi, da chi quella tradizione ce l’ha nel corpo prima che nella discografia.
Il momento più privato e musicalmente più fermo, è la title track che chiude il disco. La voce del padre di Zarroug recita una poesia originale in arabo su synth decadenti. Non è un gesto folkloristico. È il documento di un dialogo che Zarroug ha faticato ad aprire: da adulto ha iniziato a studiare l’arabo tunisino proprio perché non riusciva a comunicare con i parenti più anziani durante le visite di famiglia. Messa su disco, quella voce è insieme archivio e apertura, un atto che guarda indietro e tiene la porta socchiusa.
Va detto che “Chott” non è un disco privo di ombre ma nel contesto di un disco costruito sulla logica del miraggio, le cose che sembrano esserci e poi no, forse è una scelta più consapevole di quanto sembri.
Qualcuno lo descrive come “desert ambient” con influenze di downtempo arabo e IDM, e non è sbagliato, anche se è il tipo di etichetta che rischia di mettere il disco in uno scaffale dove non si troverà mai più. Ascoltarlo come ambient da sottofondo sarebbe lo stesso errore di camminare sul Chott El Djerid a gennaio convinti che il ghiaccio regga. “Chott” richiede rispetto e in cambio ti lascia con qualcosa che non sai ancora esattamente dove mettere.



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