- Band: Boards Of Canada (BoC)
- Titolo: Inferno
- Etichetta: Warp Records
- Uscita: 29 Maggio 2026
- Genere: Electronic, Hauntology, IDM
- Durata: 19 tracce, 70 minuti
- Tipologia: LP – Studio
Sarò lungo e probabilmente dovrai fare la tara delle parole del “fanboy” dei Boards Of Canada che vive nel sottoscritto, ma conscio di ciò provo anche ad essere onesto soprattutto con me stesso e colgo anche l’occasione per aggiornate il “Menu Degustazione dei BOC”…
Tredici anni di silenzio, nastri VHS anonimi spediti per posta ai fan, un sito riattivato con il messaggio “nobody home” in codice Morse, e una campagna promozionale cooptata dalla Casa Bianca il giorno prima dell’uscita, a cui Warp Records e il duo hanno risposto con un comunicato che definisce l’uso “non autorizzato e non condiviso”. Benvenuti al ritorno dei Boards of Canada! Non poteva che essere così!
Marcus Eoin e Michael Sandison si prendono settanta minuti dopo tredici anni di silenzio, dall’uscita di “Tomorrow’s Harvest“.
Quando Eoin e Sandison pubblicarono “Music Has the Right to Children” nel 1998 su Warp Records, stavano rilasciando un album di musica elettronica inaugurando un nuovo “sistema di credenze”. Quell’album stabilì il vocabolario sonoro del duo — synth analogici lo-fi, beat downtempo, campionamenti vocali di repertorio manipolati, una nostalgia costruita a tavolino ma non per questo meno efficace. Pose le fondamenta di un’estetica che nelle intenzioni dei due fratelli scozzesi puntava a qualcosa di più alto. La matematica come chiave della realtà, il suono come strumento per scostare il velo delle apparenze.
Eoin lo disse esplicitamente a NME nel 2002, l’esagono, simbolo ricorrente in tutto il loro lavoro, rappresentava «la matematica grezza o i pattern che compongono ogni cosa». Non un vezzo grafico: una dichiarazione di poetica.
l secondo album, “Geogaddi” (2002), raddoppiò la posta. Più oscuro, più psichedelico, più denso di riferimenti esoterici, consolidò la reputazione del duo come maestri di un’ambiguità costruita con cura certosina, quella di chi vuole che i propri ascoltatori cerchino significati nascosti senza mai fornire la chiave di lettura definitiva. L’esagono finì sulla copertina. Lo studio di registrazione prese il nome di Hexagon Sun. L’immaginario si chiudeva su se stesso in modo coerente e deliberato. Nel 2005 arrivò “The Campfire Headphase“, che segnò uno spostamento verso lidi più “pastorali”, ossia chitarre acustiche, un respiro più aperto, meno claustrofobia. Nel 2013 “Tomorrow’s Harvest” virò di nuovo verso il buio, questa volta con un’inclinazione ai droni e alle atmosfere da colonna sonora. Poi, silenzio. Tredici anni di zero, che nel tempo dei social e dello streaming equivalgono, più o meno, a un’eternità geologica.
A inizio post ho scritto “sistema di credenze” e ciò chiama “culto” e se sei uno scettico (come il sottoscritto), probabilmente ti sei fermato già alla parola “culto”. Ed è comprensibile. C’è qualcosa di strutturalmente irritante nell’idea di una parte della fanbase dei BoC che tratta ogni singolo brano come un messaggio cifrato da decifrare, che popola forum con teorie sul significato nascosto di ogni campionamento, che vede connessioni cosmiche dove c’è semplicemente, e magnificamente, della musica elettronica ben prodotta. Quella deriva esiste, è reale, e non ha bisogno di essere difesa. Ma confondere il comportamento di una parte del pubblico con il valore di ciò che ascolta è un errore logico che vale la pena correggere prima di andare avanti.
“Inferno” è il quinto e ultimo album del duo, almeno per contratto, quello firmato con Warp nel 1998. Questo dato pesa sull’ascolto, e sarebbe disonesto ignorarlo. La domanda che chiunque si pone, fan o scettico, è la stessa: dopo tredici anni, vale la pena?
Cominciamo dall’unica critica che regge davvero: i Boards of Canada su “Inferno” non rischiano quasi nulla. Non alterano significativamente la formula. È un fatto, non un’impressione. Se ti aspettavi una svolta radicale, non la troverai. Quello che troverai è quella stessa formula eseguita a un livello tecnico e compositivo superiore a qualsiasi cosa abbiano fatto in precedenza. È un tipo diverso di ambizione, meno vistoso, più difficile da riconoscere, ma non meno reale.
Il problema storico del duo era la tendenza a restare intrappolati in ciclicità armoniche, ripetute oltre il punto di utilità. Su “Inferno” questo tema appare risolto in modo convincente. Le strutture dei brani sono irregolari: cinque battute, sette battute. I loop non si riattivano mai esattamente dove ci si aspetterebbe. Le armonie si rifiutano di risolversi in modo ordinato. Se ti sei mai sorpreso a contare tempi mentre ascolti un pezzo dei BoC cercando di capire dove ricomincia il ciclo, su “Inferno” quella sensazione di spiazzamento è costante e deliberata. Non un difetto di costruzione: una scelta architettonica. Qualcuno ha pure pensato e ha scritto di pessima programmazione delle drum machine… GENIO!
La dinamica e la spazializzazione (si può dire?) del suono sono un altro salto in avanti misurabile. Il disco suona grande in un modo che trascende il volume. Anche in cuffia, a livelli moderati, ha una presenza fisica che i lavori precedenti non avevano nella stessa misura. Se “Tomorrow’s Harvest” aveva l’atmosfera compressa e claustrofobica di una colonna sonora per un film di fantascienza degli anni Settanta, “Inferno” suona come quella stessa storia raccontata su uno schermo molto più grande, con una risoluzione che non lascia spazio all’approssimazione.
Provo ad andare sul piano dei contenuti, l’album costruisce un’indagine coerente intorno a tre assi tematici: tempo, fede religiosa, cosmo. Non sono elementi ornamentali, ma strutturali. “Prophecy at 1420 MHz” rimanda alla frequenza di risonanza dell’idrogeno, ritenuta oggi un possibile canale per le comunicazioni interstellari, e al controverso segnale “Wow!” captato da un astronomo dell’Ohio State nel 1977. “Naraka” prende il nome dal purgatorio temporaneo nelle tradizioni induiste e buddhiste. “Age of Capricorn” intreccia riferimenti codificati all’Anticristo con una preghiera cristiana, su pianoforti in stile Steve Reich. “All Reason Departs” apre con frammenti di Aleister Crowley prima di distendersi in uno dei groove più riusciti del disco. La traccia conclusiva, “I Saw through Platonia“, rimanda alla teoria del fisico Julian Barbour secondo cui il tempo non è lineare ma configurazionale. Nel contesto di un album che è anche il capitolo finale di un contratto quasi trentennale, quello che potrebbe sembrare una chiusura diventa strutturalmente aperto.
Se tutto questo ti sembra eccessivamente cerebrale, è una reazione legittima. Ma vale la pena distinguere tra due livelli di ascolto che “Inferno” rende disponibili simultaneamente. Al primo livello, quello più diretto, il disco offre synth analogici magnificamente prodotti, ritmi downtempo che alternano pesantezza e leggerezza con una precisione da orologiaio, chitarre con un’inflessione gotica che ricorda certi momenti dei Cure, campionamenti vocali che all’inizio suonano stranianti e dopo qualche ascolto diventano indispensabili. Questo livello non richiede nessuna conoscenza pregressa, nessuna familiarità con la discografia, nessun interesse per i simbolismi esoterici. Funziona da solo.
Al secondo livello, quello per chi vuole andarci dentro, cosa che ho fatto anche acquistando in vinile l’edizione limitata ricca di booklet, c’è materiale sufficiente per settimane di esplorazione. Non perché il disco contenga messaggi nascosti nel senso paranoico che una certa fazione dei fan-boy vorrebbe, piuttosto perché la densità di riferimenti culturali, scientifici e religiosi è reale e costruita con una coerenza interna che regge all’analisi. Non è un puzzle da risolvere: è un sistema di relazioni che diventa più interessante quanto più ci si familiarizza con i suoi elementi.
“Inferno” è, probabilmente, il miglior album che i Boards of Canada potessero fare nel 2026 rimanendo fedeli a se stessi. Per uno scettico, questa frase suona come una scusa. Per chi conosce il duo da abbastanza tempo da capire che la fedeltà a un’estetica può essere una forma di disciplina e non di pigrizia, è una valutazione logica.
La differenza tra le due letture dipende, in ultima analisi, da quanto si è disposti a concedere che non ogni progresso artistico debba essere rumoroso per essere reale. Aggiungo, per chiudere che oggi nel contesto sociale del cotto al microonde e mangiato in cinque minuti, produrre un lavoro così ampio, stratificato e sofisticato e un enorme VAFFANCULO alla società odierna il cui establishment non vuole farti pensare, togliendoti tempo e strumenti per farlo, e ai social che ti pompano merda nel cervello.
Prenditi il cazzo di tempo per questo o altro disco ma prenditelo ziocaro!
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