- Band: Muse
- Titolo: The Wow! Signal
- Etichetta: Warner Records
- Uscita: 26 Giugno 2026
- Genere: MusicaDiMerda 💩
- Durata: 45 Minuti, 10 pezzi
- Tipologia: LP – Studio
- AOTY
Decimo album, quattro anni dopo “Will of the People“, quarantacinque minuti, un titolo rubato a un segnale radio captato nel 1977 che qualcuno scambiò per un saluto alieno. I Muse non hanno mai avuto problemi a scegliersi simboli più grandi di loro, e «The Wow! Signal» -I Board Of Canada hanno usato lo stesso tema ma direi con tutt’altro spessore- li conferma nel ruolo che si sono cuciti addosso da vent’anni, quello della band che non sa dire un cazzo e lo fa a volume massimo.
Il disco arriva dopo la separazione di Matt Bellamy dalla modella Elle Evans (e sticazzi), e il dolore personale si traduce, come sempre da queste parti, in metafora cosmica, niente meno… Il freddo dello spazio come solitudine, il segnale radio come disperato tentativo di contatto. Registrato tra Abbey Road, il Red Room di Santa Monica e la First Congregational Church di Los Angeles, con Dan Lancaster e Aleks Von Korff in cabina di regia, l’album apre con «The Dark Forest», organo da cattedrale e coro che canta in latino, mentre la voce di Bellamy si spinge in un registro ancora più esasperato del solito. Segue «Nightshift Superstar», che avrebbe una delle migliori linee di basso dell’intera discografia recente -scopiazzato un po da Michel Jackson- recente e la rovina con un ritornello imbarazzante e una ripresa fuori fuoco. È lo schema che si ripete per tutto il disco: un’idea quasi decente, seguita dal bisogno compulsivo di aggiungerne un’altra sopra, e poi un’altra ancora, la somma non sempre concede il risultato migliore soprattutto nel mondo dei numeri reali.
«Shimmering Scars» prova il salto dalla ballata sussurrata al thrash improvviso, un trucco che ai Muse riesce da «Butterflies and Hurricanes» in poi, ma qui l’atterraggio è goffo, l’idea resta incastrata a metà. «Cryogen» insiste sulla stessa metafora del titolo dell’album, il gelo come cifra della solitudine, con un martellamento sonoro che scambia l’intensità per la profondità. «Be With You» passa dall’organo da chiesa all’elettronica fino all’orgia AOR, e a quel punto il problema non è più la singola scelta ma l’accumulo: ogni brano vuole essere tre brani, e nessuno dei tre riesce a essere davvero buono fino in fondo. «Hush», con Ellie Goulding in featuring, è probabilmente l’unico momento in cui il disco si concede una tregua, un po’ di calore che arriva proprio perché per quattro minuti la band smette di dimostrare qualcosa.
Il disco è la prova che dopo dieci album i Muse fanno certamente musica dimmerda, arrangiamenti fuori fuoco e performance vocali autocelebrative. L’ebetismo è palese e non comprendo cosa cacchio hai da sentire qui dentro e da questi qui da venti anni a questa parte.
Il problema di «The Wow! Signal» non è che i Muse abbiano perso il mestiere: i musicisti suonano bene, a tratti benissimo, e ci sono cellule di canzoni vere sotto ogni strato di produzione. Il problema è che, a dieci album di distanza, il trucco è lo stesso di sempre e la band sembra non essersi accorta che il pubblico lo ha già visto troppe volte. Un disco di plastica che scambia la quantità di idee per la qualità del pensiero è, semplicemente, pretenzioso: non perché osa, ma perché non sa fermarsi quando ha già detto quello che voleva dire. I Muse ancora una volta non hanno preferito stare zitti ma hanno scelto di aprire bocca e conclamare la loro stupidità artistica.
PS
Se ti sei offeso perché sei da sempre un fanboy dei Muse allora dimostri quanto sei coglione!
Ogni Opinione Non Richiesta porta con se 2-3 brani che finiscono qua di seguito 👇🏼




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