- Band: Radwan Ghazi Moumneh e Frédéric D. Oberland
- Titolo: Eternal Life No End ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها
- Etichetta: Constellation
- Uscita: 3 Aprile 2026
- Genere: Art Rock, Post Rock, World Music
- Durata: 7 tracce, 43 minuti
- Tipologia: LP – Studio
Da (non troppo) lontano, un grido nella notte
Non è un disco né comodo, né semplice questo ”Eternal Life No End ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها” di Radwan Ghazi Moumneh e Frédéric D. Oberland. Ed è anche, non nel suo svilupparsi ma nel tema, contraddittorio ed irrisolto.
Ma partiamo dagli autori: i due protagonisti del disco sono artisti di grande sapienza non solo musicale. Radwan Ghazi Moumneh, libanese della diaspora. È conosciuto anche come “Jerusalem in my heart” nonché produttore del secondo disco dei conterranei Sanam. Frédéric D. Oberland è un musicista francese elettronico di ambient e post-rock (già nei “Oiseaux-Tempête” e ora nei “Foudre!”) nonché fotografo.
Scrivono e pubblicano questo disco per la canadese Constellation Records. Un’opera che nasce per un bisogno urgente di rielaborazione di ciò che accade nelle martoriatissime regioni del sud-ovest asiatico.
Per ciò che pertiene il disco, la parte in arabo del titolo significa: “Una notte buia e maledetta, come la vita di coloro che la cercano”. Questo lascia facilmente intuire come quest’opera sia un lungo grido di dolore nei confronti della situazione geopolitica della regione SWANA (Sud Ovest Asia e Nord Africa). Un disco che nasce quindi dal tentativo di elaborare gli eventi che, non da ora, devastano quelle zone. Musicalmente il disco è un mix tra l’elettronica percussiva e synth che si fondono con strumenti acustici come buzuk, rababa, clarineau e sassofono intrecciati al canto in arabo di Moumneh.
Il disco si apre con “Squeal Of Swine خنخنة خنازير” ovvero “Urlo di maiali” è il brano che, in qualche maniera, stabilisce la grammatica dell’intero album: percussioni insistenti abbinate a droni bassi e circolari, percussioni potenti ed intense e strumentazioni tradizionali che si fondono con la voce di Moumneh processata digitalmente.
La seconda traccia intitolata in inglese “Dagger Eyes عيون ملأَى طعون” ma la parte in arabo si traduce con “Occhi pieni di coltellate”. Qui il ritmo si fa moderato mentre i synth di Oberland creano un panorama volutamente cupo ed indefinito allo stesso tempo. In attesa dei fiati che intonano melodie sommesse ed inquiete. Quasi a voler dare la percezione della violenza senza esporla ma incombente e pressoché tangibile. Un’atmosfera di turbata sospensione.
“A Silence With No Ceiling لا للصمت سقف” ovvero “Non c’è limite al silenzio” è la terza traccia. Qui le percussioni scompaiono e i due musicisti in qualche modo dialogano su un tappeto di synth. L’atmosfera è dilatata sembra voler invitare alla riflessione forse anche al passato. Un po’ come si guarda al proprio vissuto ma con inquietudine e senza alcuna traccia di benigna nostalgia.
La quarta traccia, è una sorta di centro del disco: “A Shadow With No Silhouette لا للظل ملامح” ossia “L’ombra non ha caratteristiche”. È il brano che forse più somiglia ad una preghiera che però non sembra avere alcuna risposta.
Forse la più rappresentativa tra le tracce è questa “The Serpent بسمة افعى“: quasi una traccia techno si direbbe industriale, che non sfigurerebbe nella colonna sonora del film “Sirāt”. Un ritmo elettronico ossessivo. Ancora desiderio di superamento, fors’anche di trascendenza ma che sembra dissolversi e risolversi in un nulla di fatto.
Penultimo brano è “A Dream That Never Arrived حلم لا يجيء” cioè “Un sogno che non arriva mai” qui veniamo introdotti ad un tappeto synth che fa da introduzione ad un ritmo che può quasi sembrare reggaeton ma che non ha nessun desiderio catartico-coreutico nel brano. C’è invece tanta rabbia, sconcerto e il non sapere dove rivolgerli, tanto che il brano diluisce il suono degli strumenti muiscali in un suono di vento desertico che li copre inesorabilmente proprio per restituire il senso di inanità e di inabissamento.
Chiude “Walked And Walked سار و سار“, ancora vento. Un brano ambient quasi a voler suggerire che l’unica possibile risoluzione all’esser vivi senza essere cancellati possa essere una sorta di resistenza, una semplice testimonianza, una sorta di luce segreta portata dentro di sé.
È questo un disco che elabora (o tenta di farlo) la violenza sistemica (non è questa la sede, ma diciamolo) del capitale ma è tutt’altro che un disco violento, anzi restituisce la voce alla disperazione non solo personale ma anche a quella di interi popoli. Un grido che è un desiderio di giustizia e che sempre più si tende ad ignorare.
فلسطين الحرة
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