
- Band: SANAM
- Titolo: Sametou Sawtan
- Etichetta: Constellation
- Durata: LP, 8 tracce, 40 minuti circa
- Paese: Libano, Beirut
- Genere: Post Etno-Folk-Rock
Tracklist
- Harik ⭐️
- Goblin
- Habibon ⭐️
- Hadikat Al Ams ⭐️
- Hamam ⭐️
- Sayl Damei ⭐️
- Tatayoum
- Sametou Sawtan
A Constellation Records concedo sempre l’ascolto di band a me sconosciute, una etichetta che ospita Godspeed You! Black Emperor, FYEAR, Colin Stetson ed ex etichetta del povero Vic Chesnutt, ha sempre il beneficio del dubbio.
Questa volta la newsletter mi ha proposto questi SANAM dei quali era la prima volta che sentivo il nome, bene, veloce ricerca e poi play, il lato positivo dello streaming è fare discovery a basso costo.
Confesso che leggendo la provenienza della band ho pensato ad un lavoro estremamente meditativo e, sono sincero, un po palloso. Mai smentita è stata più netta, tanto da rinnovare quel proposito di levarsi di dosso più preconcetti possibile!
La band è al secondo album e la traduzione del titolo dall’arabo sarebbe “Ho sentito una voce“, Primo pezzo “Harik” ovvero “Incendio” e così è successo alle mie orecchie che si sono allertate alle prime soffocate aspirazioni di Sandy Chamoun in cui simula la mancanza d’aria, vibrazioni positive. Poi il chitarrismo etnico del buzuq unito al robotismo della chitarra solista mentre Chamoun canta soavemente in quella lingua magica che è l’arabo, hanno fatto il resto.
Il fuoco di “Harik” arde anche in me e penso che se il proseguio di questo disco viaggia su quest’onda, allora è fatta… Ho svoltato il weekend solitario insieme al gatto di casa!
“Goblin” è una litania dolce e sospesa e il cantato la rende veramente affascinante. L’uso sapiente e artistico dell’autotune è palese in “Habibon” altro che la fetenzia trapper dei nostrani gangsta in salsa sanremese.
Le ambientazioni etno-folk-rock con ampi spazi di post-rock e free jazz, senza farsi mancare influenze krautrock e psichedeliche rappresentano in super-sintesi questo secondo LP. Un’avventura sonora in bilico tra tradizione araba e influenze contemporanee, con testi ispirati alla poesia araba e persiana, incluso il poeta e matematico iraniano del XII secolo Omar Khayyam. Un presente tumultuoso si mescola alla tradizione, con una musica che pulsa di spirituale e furia, evocando una sorta di danza emotiva e una lotta interiore.
La parte centrale è la più forte del disco che poi su otto brani ho già detto il 60% del disco e considera che il resto è assolutamente pregevole, la sequenza è evocativa, scura e con una suspense da fine di mondo che drizza il pelo sulle braccia.
Qui l’intelligenza artficiale finalmente si rende utile e chiedo una traduzione dall’arabo i titoli delle canzoni e riporto di seguito l’esito senza tagli:
- Harik: “Incendio / Fuoco”
- Goblin: Goblin (termine preso dall’inglese, traslitterato)
- Habibon (حبيبي): “Amato / Caro”
- Hadikat Al Ams (حديقة الأمس): “Il giardino di ieri”
- Hamam (حمام): “Colomba / Bagno turco (dipende dal contesto)”
- Sayl Damei (سيل دمي): “Il flusso del mio sangue”
- Tatayoum (تطاير): “Dispersione / Spargimento / Volare via (a seconda del contesto)”
- Sametou Sawtan (سمعت صوتا): “Ho sentito una voce”
Da giovedì 20 novembre a sabato 22 novembre 2025 saranno presenti a Ravenna per il Transmissions Festival, una manifestazione musicale promossa da Bronson Produzioni e dedicata alla musica d’avanguardia e di ricerca – quale migliore occasione?
La Band:
- Sandy Chamoun (vocals)
- Antonio Hajj (bass)
- Farah Kaddour (buzuq)
- Anthony Sahyoun (guitar, synth)
- Pascal Semerdjian (drums)
- Marwan Tohme (guitars)
Due brani per LP Of The Week 👇🏼



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