Benvenutə alla radioGrafia di Maggio 2025!
Ormai le temperature sono da caldo dimmerda e ricordo già con nostalgia la stagione più fresca se non addirittura quella invernale! Veniamo a Maggio e proviamo a fare la nostra scelta, tu hai fatto la tua?
Model/Actriz! – Riff sferzanti e beat ossessivi techno-rock sono ormai il marchio di fabbrica dei Model/Actriz, il tutto fondato su un pantano alla Swans bucato dal suono metallico degli Xiu Xiu mosso dalla dance-punk degli LCD Sounsystem e, perché no, colorato con un pizzico di industrial alla Nine Inch Nails, eccovi il secondo LP “Pirouette” col quale la band si afferma con un sound originale e senza andare a pescare nei meandri meno nobili del nu-metal e affini come accade per altri…


Car Seat Headrest – Il nuovo album “The Scholars” ha diviso critica e fan. Pur apprezzato per l’ambizione di un rock opera che esplora temi di vita, morte e rinascita ambientata in un’università immaginaria, molti hanno trovato il disco eccessivamente prolisso, con brani come “Planet Desperation” che superano i 18 minuti, rischiando di diluire l’impatto emotivo. La narrazione complessa e le atmosfere cupe, seppur affascinanti, a tratti appaiono troppo cerebrali e meno immediate rispetto al passato della band.
Surgeon – Con “Shell~Wave” torna a interrogarsi sul senso della techno dopo 30 anni di carriera, il risultato mi convince perché c’è meno l’effetto dance-floor e più atmosfera. Pur mantenendo la sua cifra dura e minimale, il disco appare a tratti meno immediato, con un uso massiccio di delay e riverberi che crea un’atmosfera psichedelica è qui che ottiene la mia tazza di te. Brani come “Serpent Void” e “Soul Fire” mostrano la sua maestria tecnica, viene meno quella spinta brutale che ha segnato i suoi lavori migliori ma mi dona qualcosa di adatto al sottoscritto.


Rainy Miller – Immagina un margine sonoro impreciso dove il trip-hop si fonde con l’ambient, il grime si intreccia con il drill, e tutto questo avvolto da un’atmosfera malinconica e intima. Rainy è un produttore e un cantautore. Si, usa l’autotune ma come uno strumento espressivo, creando un pop sperimentale che rivede quei margini e li ridisegna, in parte ricalcandoli e in parte modificandoli.
Billy Woods – “Golliwog” – L’album è ricchissimo di riferimenti cinematografici e horror, Woods attraverso una sequenza di brani che potrebbero vivere singolarmente, li riunisce in un album attraverso un filo conduttore (l’horror appunto). Decide di usare i ricordi da adolescente quando leggeva Ray Bradbury o altri scrittori di fantascienza, piuttosto che le raccolte horror di Stephen King ma anche di quando guardava in televisione il “Creepshow” o il preferito “Cat’s Eye“ – Un altro discone per Woods!


Mark Pritchard & Thom York – “Tall Tales” – I due con “Tall Tales” confezionano un LP che è un incrocio tra un sogno psichedelico e un incubo elettronico, un’opera nata in dieci anni di gestazione che mescola inquietudine, sperimentazione e lirismo tagliente. L’album, pur ricco di momenti affascinanti come “Back in the Game” e “The Men Who Dance in Stag’s Heads”, a tratti si perde in atmosfere troppo rarefatte e sperimentali. Yorke si trasforma in un camaleonte vocale, oscillando tra falsetti eterei e voci sintetiche, mentre Pritchard arricchisce il tutto con strumenti vintage e un tocco di techno d’altri tempi. Curiosità: il progetto è accompagnato da un film diretto da Jonathan Zawada che usa AI per creare visioni disturbanti e ipnotiche, amplificando la sensazione di un futuro distopico.
M(h)aol – “Something Soft” – Con “Something Soft” confermano le sonorità ruvide e oblique del precedente “Bisexual Anxiety”, ma adottano un approccio meno sperimentale, privilegiando bassi saturi e chitarre super fuzzate che conferiscono un tocco robotico all’indie-rock minimalista. Le tracce, soffuse e rarefatte, come “Quiet Hours”. L’album è stato registrato in una villa abbandonata per catturare echi e silenzi.


These New Puritans – “Crooked Wing” – E’ un album audace e complesso, che si avvicina al pop da camera con un tocco sacrale e minimale, evocando Michael Nyman e Talk Talk. Le orchestrazioni di organo, pianoforte e cori creano atmosfere sontuose ma a tratti troppo rarefatte, come in “Bells” e “Goodnight”, che possono risultare elusive e poco impattanti al primo ascolto. La collaborazione con Caroline Polachek in “Industrial Love Song” aggiunge un tocco teatrale, ma il disco oscilla tra momenti di grande intensità e pause contemplative che mi dividono.
Gli Stereolab con “Instant Holograms on Metal Film” tornano a esplorare il loro universo tra krautrock, lounge ed elettronica vintage. Il disco, pur ricco di dettagli sonori e arrangiamenti raffinati, a volte si perde in una ripetitività che rischia di assopirmi. Brani come “Silver Threads” mostrano la loro maestria nel costruire paesaggi ipnotici, ma manca quel guizzo di freschezza che li aveva resi pionieri. Il titolo allude a tecniche di registrazione analogiche, un omaggio al passato che però può sembrare un po’ nostalgico. Un disco che suona come un vecchio film in bianco e nero, affascinante ma forse un po’ statico.


Most Things – “Bigtime” – La bellezza dei Most Things risiede nella semplicità della loro formazione. Il duo composto da Tom Grey e Malachy O’Neil crea brani indie-rock che mescolano la semplicità del pop-indie col post-hardcore anni ’90, usando solo basso e batteria. Grey sfrutta brillantemente le possibilità melodiche del basso, tanto da farlo rimbalzare sul groove e sulle percussioni di O’Neil. I Most Things suonano decisamente urbani. Brani come “Shops” e “Deal” oscillano tra malinconia e urgenza, con testi che raccontano la solitudine e il caos della vita moderna.
Caroline – “Caroline 2” è un’esplosione creativa di contrasti, dove idee che sembrano suonare in stanze diverse si fondono in un caos organizzato, più accessibile ma ancora sperimentale rispetto al debutto. Il disco mescola indie-folk, auto-tune e muri di rumore, con momenti sorprendenti come la collaborazione con Caroline Polachek in “Tell Me I Never Knew That”, che sfida le convenzioni con un finale trap inaspettato. Brani come “Coldplay Cover” giocano con sovrapposizioni di canzoni in stanze separate, creando un effetto ipnotico e complesso. E’ un album vivo, in continua evoluzione, che richiede pazienza ma regala sorprese a ogni ascolto.




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