So solo che in questa seconda TOP 10 ho dovuto eliminare torto collo Big Thief, Billy Woods e Mark Pritchard & Thom Yorke… La pelle d’oca al primo ascolto ha determinato questa scelta, quel colpo di fulmine che non si è smorzato a fine anno. Sempre in ordine alfabetico che mi permette di non scegliere le posizioni, anche perché mi appare come una inutile prova, roba da influencer conformisti.
Ambrose Akinmusire “honey from a winter stone“
Il Jazz contaminato con hip-hop, elettronica e musica da camera di Akinmusire è di una bellezza tale che ha illuminato tutto l’anno da gennaio a dicembre. Improvvisazioni che danzano su fili elettronici minimali, groove che fonde tradizione e futurismo senza tradire le radici. Audace come se avesse deciso di distillare il suo fuoco in “gocce di miele” un invito a perdersi in quel dualismo jazz-elettronico che ti lascia con quell’eco di note in testa. La sua tromba è perfetta, c’è quando serve e lascia spazio al resto, il flow rap improvvisato è il tocco di energia che non ti aspetti.
Clipping. “Dead Channel Sky“
I Clipping sono noti per la loro capacità di fondere hip-hop con elementi di noise ed elettronica. In questo album, questo approccio è più evidente che mai. Tracce come “Change the Channel” e “Dominator” sono vere e proprie esperienze che permettono ai meno affascinati dall”hip-hop di riuscire ad entrare in questo mondo e venirne catapultati in un altro techno-rave-hip-hop. Ancora più emblematica è la versione “plus” in digitale che stimola e rafforza l’esperienza elettronica che poi è esplosa nell’esibizione live negli studios di Tiny Desk per NPR.
Se il primo album era più “definito”, questo secondo capitolo è pura maturità artistica, un misto tra free-jazz e folk. I pezzi sono volutamente frammentati e sospesi, frutto di un approccio più aperto e improvvisato. Non aspettatevi canzoni lineari! Ci sono chicche incredibili: c’è la traccia “Coldplay Cover”, registrata con la band divisa in due stanze che suonano cose diverse, ma l’emozione resta! E poi, occhio a “When I get home” che inizia con una cassa techno sussurrata a sinistra che contrasta l’atmosfera rarefatta. Una sorpresa è la collaborazione con la popstar Caroline Polachek nel singolo “Tell Me I Never Knew That”, che aggiunge armonie sofisticate e intense. Assolutamente da mettere tra i dischi più interessanti del post-folk contemporaneo!
Mentre i quattro ragazzi di Manchester, facevano sold out ovunque in autonomia, il loro primo album è un flusso di tensione emotiva pura. Quello che si sente è urgenza, passione e quella rabbia lucida che nasce dall’amore. È come se avessero preso il flow incazzato dei R.A.T.M. e l’avessero fuso nel post-hardcore più energico. L’album è pieno di critica sociale (“Born to Die”) e parla di tossicità, ma chiude con un tentativo di riconciliazione (in “Reconcile”). “Pain To Power” è un manifesto generazionale. Un disco feroce e colmo di speranza che ti spacca in due. Merita un posto d’onore nella tua classifica!
Panda Bear “Sinister Grift“
Quell’atmosfera da surf rock che nasconde racconti di crisi relazionale. Un album giocoso e a suo agio anche nella malinconia (“Ends Meet“), a differenza di altri artisti (tipo Cindy Lee), che vedono il passato come una bellezza irraggiungibile, Noah Lennox lo vede come una fonte viva di ispirazione, nonostante canti di stare “cadendo a pezzi”, in “Sinister Grift” Panda Bear è cool e si rilassa, aspettando con calma che le cose migliorino.
Racing Mount Pleasant “Racing Mount Pleasant“
Il debutto omonimo del collettivo indie del Michigan (ex Kingfisher), è una sorpresa. Uscito ad agosto, è la mia alternativa al mio smussato interesse per i Black Country, New Road e l’ottima compagnia agli English Teacher. I sette di Ann Arbor trasformano la canzone in un grande racconto corale dove architetture di fiati e archi si scompongono e ricompongono con progressioni quasi jazzistiche. L’album, nato in tre anni e diversi luoghi, fonde la grandiosità della big band con la sospensione del chamber pop e la delicatezza del Midwest emo. Brillanti.
Questo trio è una vera potenza occulta, e il loro disco di esordio non è musica ma un rito. Il trio è costituito da gente con un curriculum da urlo. Questi universi personali si scontrano generando un cocktail decisamente destabilizzante: pensate a un acid-folk, jazz cosmico, stoner metal e avanguardia piuttosto spinta. L’improvvisazione non è un elemento accessorio ma fondamentale per evocare gli “spiriti” e le “ombre” e rapportarsi al suono (ascoltatevi “Your Death My Body”). Qualche pezzo come “Terror Moon” è un graffio senza filtri sulle ingiustizie, un fragore di rumori e acutissimi lamenti vocali. I Rún provano a confrontarsi con il “mistero” e il vuoto, incidono la propria impronta spirituale che esplode nella solenne conclusione di “Caoineadh”.
Dici che “ma cantano in arabo!?”, dici “ma suonano il buzuq!?” , fai che per queste ragioni skippi l’ascolto e non ci provi nemmeno. Dico che ti sei perso qualcosa, nulla di indispensabile ma di indispensabile ci sono solo pochissime cose, la musica non è tra queste ma ragionando così non ci rimangono molte ragioni di vita. Ascolti i Sanam e scopri che buzuq + arabo + psichedelia + post-rock, sono una sommatoria con una risultante emozionante e ammaliante a volte, stupefacente e poetica in altre. Fatti un dono, esplora nuovi confini, esci dalla tua zona di conforto.
Registrazioni live, post produzione d’eccellenza e una band con una impronta identitaria fortissima, esportano un album in cui gli SML (quintetto future-jazz di Los Angeles) fanno quello che la tecnologia non può, creare musica futuristica e complessa partendo da zero, unendo storia, teoria e “lettura del pensiero”. Sono maestri dell’improvvisazione e producono tracce strutturate da trip lisergico solo con un’idea. L’elettricità non scorre solo nei pedali e nei synth, ma soprattutto tra i cinque musicisti! Sotto quella patina elettronica ci sono cuori che battono e un’intesa che nessun software, nemmeno con l’ultimo aggiornamento, potrà mai carpire. E’ questo il futuro del jazz?
Un specie di pistola a chiodi che spara verso di te, in sottofondo la motosega di Jason che traccia gli elementi “armonici”, martelli pneumatici che sbriciolano superfici dure e metalliche. Un sound ferroso e arrugginito che sfida i confini del noise rock. Un album travolgente, destabilizzante, folle, violento, cinico. Se i Big Thief, nel loro LP del 2025, ti donano la gioia della vita i Nailgun te la levano strappandotela dalle carni, rimani ugualmente nudo ma in modo piuttosto cruento…
Le doverose menzioni perché dovrebbero esserci in questa TOP inserendo i numeri irrazionali…
Laura Agnusdei – “Flowers Are Blooming In Antarctica”
Lucrecia Dalt – “Danger to ourselves”
Geese – “Getting Killed”
Tortoise – “Touch”




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